Può una macchina ricostruire ciò che immaginiamo? E cosa accade quando un’intelligenza artificiale tenta di interpretare le immagini che prendono forma nella nostra mente? Sono alcune delle domande al centro di UUmwelt, l’installazione dell’artista francese Pierre Huyghe, presentata al Museum of Modern Art di New York fino al 29 novembre 2026, nell’Abby Aldrich Rockefeller Sculpture Garden.
L’opera, sviluppata a partire dal 2018, esplora il rapporto tra neuroscienze, intelligenza artificiale e percezione, mettendo in discussione l’idea che l’immagine sia necessariamente una rappresentazione stabile della realtà. Al contrario, Huyghe propone un sistema visivo in continua trasformazione, nel quale attività cerebrale, algoritmi, processi biologici e presenza del pubblico contribuiscono a generare un’esperienza imprevedibile. L’artista definisce il progetto come una coproduzione dell’immaginazione tra essere umano e macchina. Un’espressione che apre una riflessione sul ruolo dell’intelligenza artificiale nella creazione artistica e sulla possibilità di concepire forme di immaginazione che non appartengano esclusivamente alla mente umana.
Dalle neuroscienze alle immagini generate dall’intelligenza artificiale
Per realizzare UUmwelt, Pierre Huyghe ha collaborato con i ricercatori del Kamitani Lab dell’Università di Kyoto, in Giappone, specializzati nello studio dei meccanismi della percezione visiva e nella decodifica dell’attività cerebrale. Durante l’esperimento, a un partecipante è stato chiesto di immaginare una serie di oggetti e immagini, tra cui organismi viventi, strumenti preistorici, macchine e opere d’arte. Mentre il soggetto immaginava queste forme, uno scanner per la risonanza magnetica funzionale (fMRI) registrava le variazioni dell’attività cerebrale. I dati sono stati successivamente elaborati attraverso reti neurali artificiali, addestrate utilizzando grandi database visivi, capaci di produrre ricostruzioni approssimative delle immagini immaginate dal partecipante.
Il risultato è una sequenza di immagini ibride, instabili e frammentarie. Le forme sembrano emergere e dissolversi continuamente, oscillando tra riconoscibilità e astrazione. Non assistiamo a una riproduzione fedele del pensiero umano, ma a una serie di interpretazioni statistiche generate dal sistema artificiale. Proprio questa distanza tra ciò che viene immaginato e ciò che la macchina riesce a ricostruire costituisce uno degli aspetti più interessanti della ricerca. Le immagini prodotte dall’IA non coincidono necessariamente con il contenuto mentale originario. Sono piuttosto il risultato di un processo di approssimazione, nel quale la rete neurale tenta di individuare configurazioni visive compatibili con i segnali registrati. L’opera rende così visibile non tanto il pensiero in sé, quanto il tentativo di una macchina di interpretarlo.
L’immagine come processo, non come risultato
Nella concezione artistica di Huyghe, l’aspetto fondamentale non è la precisione delle immagini ricostruite, ma il processo attraverso il quale prendono forma. Nell’intervista pubblicata dal MoMA il 2 ottobre 2026, in conversazione con il curatore Stuart Comer, l’artista chiarisce che il proprio interesse si concentra sull’attività continua della rete neurale, impegnata a cercare possibili corrispondenze tra i dati cerebrali e le configurazioni visive. È una prospettiva che sposta l’attenzione dal prodotto finale alla dinamica generativa. Le immagini di UUmwelt non costituiscono rappresentazioni definitive. Ogni configurazione è temporanea, suscettibile di modificarsi e trasformarsi in qualcosa di diverso. Gli elementi visivi emergono come possibilità, non come forme compiute.
Il processo richiama anche il fenomeno della pareidolia, ovvero la tendenza della mente umana a riconoscere figure e configurazioni familiari all’interno di stimoli ambigui. Di fronte alle immagini frammentarie generate dalla rete neurale, lo spettatore cerca spontaneamente di attribuire significato alle forme, completando mentalmente ciò che il sistema artificiale lascia indeterminato. Si crea così una relazione interessante: una macchina tenta di interpretare l’immaginazione umana, mentre un essere umano cerca a sua volta di interpretare le immagini prodotte dalla macchina. La percezione diventa un processo reciproco di costruzione del significato.

Un’opera che cambia attraverso lo sguardo del pubblico
L’installazione presentata al MoMA introduce un ulteriore livello di complessità. UUmwelt non si limita a mostrare immagini prodotte a partire da dati cerebrali, ma le organizza all’interno di un sistema che si modifica in tempo reale. Tre schermi collocati nel giardino delle sculture del museo presentano sequenze visive in continua evoluzione. Sensori rilevano gli sguardi e la presenza dei visitatori, contribuendo ad attivare nuove configurazioni.
Accanto all’interazione con il pubblico interviene una seconda componente: i dati provenienti da simulazioni virtuali delle mutazioni di cellule tumorali. Questi due fattori influenzano la generazione e la successione delle immagini, introducendo nel sistema una dimensione biologica e una componente di imprevedibilità. Il riferimento alla proliferazione cellulare non ha soltanto una funzione tecnica. Huyghe stabilisce un’analogia tra la crescita metastatica e la diffusione delle immagini nell’ecosistema digitale, dove contenuti e informazioni vengono continuamente riprodotti, modificati e rimessi in circolazione.
L’installazione diventa quindi un ambiente dinamico, nel quale esseri umani, sistemi artificiali e processi biologici partecipano alla costruzione dell’opera. Lo spettatore non è più soltanto colui che osserva. La sua presenza modifica le condizioni attraverso le quali l’immagine si manifesta, rendendolo parte integrante del processo artistico.
UUmwelt: verso nuove forme di percezione
Il titolo dell’opera rimanda al termine tedesco Umwelt, utilizzato in biologia e nella riflessione filosofica per indicare il mondo percettivo proprio di ciascun organismo. Ogni essere vivente costruisce la propria esperienza della realtà attraverso caratteristiche sensoriali specifiche. Il mondo percepito da un essere umano non coincide con quello di un pipistrello, di un insetto o di un altro organismo. Huyghe introduce una seconda U, trasformando il concetto in UUmwelt e suggerendo l’esistenza di uno spazio percettivo instabile, nel quale i confini tra differenti forme di intelligenza e percezione potrebbero diventare meno definiti.
L’opera pone quindi una domanda: è possibile condividere immagini o esperienze tra sistemi cognitivi radicalmente differenti? L’intelligenza artificiale diventa uno strumento per esplorare questa possibilità, anche se non offre risposte definitive sulla natura del pensiero o della coscienza. In questo senso, UUmwelt si inserisce nella ricerca più ampia di Pierre Huyghe, da tempo interessato alla creazione di opere concepite come sistemi autonomi, ambienti in trasformazione e situazioni nelle quali componenti biologiche, tecnologiche e umane interagiscono secondo dinamiche non completamente prevedibili.
Oltre l’immagine: l’intelligenza artificiale come esperienza artistica
Con UUmwelt, Pierre Huyghe propone una riflessione che va oltre il tema della generazione artificiale di immagini. L’intelligenza artificiale non viene utilizzata semplicemente per produrre contenuti visivi, ma per costruire un sistema artistico capace di interrogare il rapporto tra percezione, immaginazione e conoscenza. L’opera invita a riflettere sui limiti della rappresentazione e sulla possibilità che una macchina produca interpretazioni della realtà profondamente differenti dalle nostre.
È proprio questa distanza tra percezione umana e interpretazione algoritmica a rendere il progetto particolarmente significativo. In un momento storico in cui il dibattito sull’AI Art si concentra spesso sulla qualità estetica delle immagini generate, Huyghe sposta la ricerca su un terreno più complesso: quello dell’immagine come processo, relazione e possibilità. Non si tratta più soltanto di chiedersi cosa possa produrre l’intelligenza artificiale, ma quali nuove forme di esperienza e di immaginazione possano emergere dall’incontro tra intelligenze differenti. Forse la questione più interessante non è se una macchina possa leggere il nostro pensiero, ma come il suo tentativo di interpretarlo possa trasformare il nostro stesso modo di vedere.
Museum of Modern Art (MoMA), New York
Abby Aldrich Rockefeller Sculpture Garden
1 luglio – 29 novembre 2026
A cura di Stuart Comer, con Kelly Filreis ed Elizabeth Wickham.


