
Lo Studio – Nadja Romain presenta il terzo capitolo di un progetto espositivo che indaga relazioni, processi e continuità tra arte, design e artigianato.
A Venezia, città per definizione attraversata da flussi, transiti e stratificazioni culturali, Lo Studio – Nadja Romain presenta HANGOUTS III, terzo capitolo di una serie espositiva che si configura come un dispositivo aperto di dialogo tra artisti, designer e artigiani. La mostra, visitabile dal 17 marzo al 20 aprile 2026 negli spazi di Dorsoduro, si inserisce in una progettualità che supera il modello tradizionale della collettiva tematica, per privilegiare una dimensione relazionale e processuale. Più che costruire un discorso lineare, HANGOUTS III restituisce una mappa di connessioni in divenire.
La curatela come pratica dialogica
Il progetto curatoriale di Nadja Romain si sviluppa a partire da conversazioni, incontri e collaborazioni che nel tempo hanno generato una comunità eterogenea. In questo senso, la mostra non è pensata come esito, ma come momento intermedio di un processo continuo. I temi che emergono – esplosione, trasformazione, acqua, luce, patrimonio – non sono imposti a priori, ma affiorano come tracce condivise, rivelando una metodologia che privilegia l’ascolto e l’interazione rispetto alla costruzione di una narrazione chiusa.

Vanilla, 2020
Oil on canvas | Olio su tela
150 x 150 cm
Materia in tensione: esplosione e trasformazione
Uno dei nuclei più interessanti della mostra riguarda il tema della trasformazione, intesa non solo come mutazione formale ma come condizione intrinseca della materia. Le opere della serie Turbulences di Clément Gloaguen attivano un immaginario visivo legato a fenomeni instabili – fumo, fuoco, esplosioni – che trovano un contrappunto nelle opere in vetro di Irene Cattaneo. Qui il materiale si colloca in una soglia ambigua, tra stato liquido e solido, evidenziando una dimensione liminale. Questo dialogo si estende ai mosaici di Béatrice Serre, dove la frammentazione diventa linguaggio costruttivo, e agli interventi di Annick Lehostran, che mettono in relazione materiali organici e industriali, evocando dinamiche di crescita e decadimento. Ne emerge una riflessione coerente: la materia non è mai statica, ma attraversata da processi di trasformazione continua.
Artigianato e patrimonio: una rilettura contemporanea
Un secondo asse centrale riguarda il rapporto con il patrimonio artigianale veneziano. In questo contesto, tecniche tradizionali non vengono semplicemente citate, ma rielaborate attraverso pratiche contemporanee. Le opere di Giovanna Ferrero Ventimiglia – Piccoli Smalti e i mosaici di Serre testimoniano una continuità con la tradizione, ma al tempo stesso ne evidenziano una possibile evoluzione. Il riferimento a materiali e lavorazioni storiche si traduce in una sperimentazione che ridefinisce il confine tra arte, design e produzione artigianale. Questo approccio appare particolarmente rilevante oggi, in un momento in cui la valorizzazione del saper fare si intreccia con questioni legate alla sostenibilità e alla trasmissione delle competenze.

Vale, 2021
Acrylic on canvas | Acrilico su tela
150 x 140 cm
Tra arte e design: pratiche ibride
Molti degli artisti presenti operano in una zona di confine tra discipline. Paolo Gonzato, ad esempio, lavora su una tensione tra geometria e fragilità, mentre Armand Louis sviluppa una ricerca sui materiali fondata su un approccio transdisciplinare e attento alle implicazioni ambientali.
Allo stesso modo, Lucia Massari indaga la presenza degli oggetti quotidiani attraverso installazioni e performance, mentre Alexandre Philippe Franck utilizza il tessuto come superficie pittorica e spazio percettivo.
Queste pratiche evidenziano una tendenza ormai consolidata: la dissoluzione dei confini tra arte, design e artigianato, a favore di una progettualità più fluida e interdisciplinare.
Venezia come dispositivo culturale
In HANGOUTS III, Venezia non è solo contesto ma elemento attivo. La città, con la sua natura ambivalente – sospesa tra dimensione globale e intimità locale – diventa parte integrante del progetto. Il riferimento alla luce, all’acqua e alla tradizione artigianale non è decorativo, ma strutturale: contribuisce a costruire una riflessione sul rapporto tra territorio, produzione artistica e comunità.
HANGOUTS III si distingue per un approccio curatoriale che privilegia il processo rispetto al risultato e la relazione rispetto alla definizione. In un sistema dell’arte spesso orientato alla spettacolarizzazione, il progetto di Nadja Romain propone una modalità più discreta ma incisiva: costruire spazi di confronto in cui pratiche diverse possano coesistere e generare nuove possibilità. In questo senso, la mostra non offre risposte definitive, ma apre un campo di indagine che resta volutamente in evoluzione.


