Cristo morto nel sepolcro e tre dolenti è un capolavoro della Storia dell’Arte realizzato da Andrea Mantegna conservato oggi alla Pinacoteca di Brera di Milano. É un dipinto tempera su tela e misura 66 x 81 com. La sua ardita prospettiva – questo innovativo scorcio prospettico della figura di Cristo e la sua forza espressiva hanno segnato il successo di questa straordinaria opera che è considerata uno dei simboli più noti del Rinascimento italiano.

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Descrizione di Cristo morto nel sepolcro e tre dolenti di Andrea Mantegna

Osserviamo il corpo inerme di Cristo poggiato su di una lastra di pietra coperto da un lenzuolo. I piedi sono esposti e mostrano all’osservatore le ferite dei chiodi. La testa di Gesù è appoggiata su di un cuscino, le braccia distese lungo i fianchi e sulle mani sono dipinti i fori dei chiodi. A sinistra sono rappresentati i dolenti che piangono – un pianto straziante, osserviamo il dolore sul loro viso, un verismo che porta tutta la sofferenza del momento. Le figure sono probabilmente Maria, san Giovanni e Maddalena. A destra osserviamo un contenitore di unguenti impiegato per preparare il corpo alla sepoltura.

dettaglio – Andrea Mantegna, Cristo morto nel sepolcro e tre dolenti, 1483 circa, tempera su tela, 66 x 81 cm. Milano, Pinacoteca di Brera

Iconografia

Il modello iconografico di riferimento di questo dipinto è quello del tradizionale Compianto sul Cristo morto con la presenza dei dolenti attorno al corpo di Cristo che ne piangono la morte. Il corpo è collocato sulla pietra dell’unzione, coperto in parte dal sudario e con le ferite esposte. Da notarsi la presenza degli unguenti come vuole la tradizione. Le tre figure dolenti presenti sono: la Vergine Maria che si asciuga le lacrime con un fazzoletto, san Giovanni sullo sfondo con le mani unite, e una seconda donna addolorata identificata con Maria Maddalena. Pochi elementi nelle quinte della scena: a destra una parte di un pavimento e un’apertura o una porta aperta che da ad una stanza completamente buia.

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Mantegna. Ediz. illustrata
  • Lucco, Mauro (Author)

Una prospettiva ardita

Mantegna studiò e realizzo per questo straordinario dipinto una composizione prospettica nuova e sicuramente ardita: i piedi di Cristo sono diretti verso lo spettatore e la fuga di linee portano l’occhio dell’osservatore dritto al centro della scena. Tuttavia in questo dipinto Mantegna non segue le regole della prospettiva: se avesse adottato una prospettiva reale i piedi sarebbero apparsi in primo piano rispetto al resto del corpo. Mantegna quindi adotta una soluzione nuova: per evitare che i piedi divenissero protagonisti – li ha disegnati più piccoli del normale così come le gambe che risultano più corte. Le braccia sono lunghe e il costato particolarmente largo rispetto al resto della figura.

«Bene fece Mantegna a dipingere il Cristo morto inquadrandolo dai piedi. […] Da quella posizione, l’immobilità della morte emana una vibrazione mistica singolare, quella del sabato santo. Gesù non aveva più l’entelechia che animava il suo corpo, eppure tutto il sepolcro era pervaso da un’aura dorata, indubbio segno di gloria. […] Dov’era il suo spirito che gli aveva dato sinora la vita? […] Il Signore era disceso tra i morti per visitare i giusti dell’antico patto.» Piergiorgio Mariotti

 

Storia di un capolavoro

Cristo morto nel sepolcro e tre dolenti è not anche come Lamento sul Cristo morto o Cristo morto e tre dolenti  ed è datatointorno al 1475-1478 anche se non abbiamo documentazione che ne accerti la data esatta. La datazione si basa sul confronto con altre opere del Mantegna come il ciclo di affreschi realizzati sulle pareti Camera degli Sposi di Mantova. Un dipinto con il medesimo soggetto, “Cristo in scurto“, (Cristo in scorcio), è inoltre descritto tra le opere ritrovate nella bottega del Mantegna nel 1506 anno della sua morte. Esistono diverse varianti di questa straordinaria opera: quella conservata alla Pinacoteca di Brera di Milano, secondo l’ipotesi più accreditata, è quella che ritrovata nello studio del Mantegna. Nel 1507, il figlio di Andrea Mantegna, Ludovico, vende l’opera al cardinale Sigismondo Gonzaga. Successivamente nel 1531 il dipinto passò (probabilmente) a Margherita Paleologa, sposa di Federico Gonzaga. Circa 100 anni dopo, nel 1627 la ritroviamo nelle collezioni dei signori di Mantova e per poi passare nelle mani di Carlo I d’Inghilterra. Nel 1806, Giuseppe Bossi, il segretario della Pinacoteca di Brera, convinse il Canova a recuperare l’opera Cristo morto che giunse a Brera nel 1824.

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