Dubravka Lošić, la materia che resiste: il Padiglione della Croazia alla Biennale di Venezia 2026

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Dubravaka Losic, from Rosary Cycle, 1987 - 2026, mixed media, photo Goran Vranic © NMMU

A Palazzo Zorzi, Compelled by Fright and Beauty riunisce quarant’anni di ricerca dell’artista croata in una grande installazione site-specific. Tra pittura, tessuto, ferro e bronzo, l’opera diventa uno spazio di tensione fra ciò che viene protetto e ciò che inevitabilmente riaffiora.

Paura e bellezza non rappresentano, nell’opera di Dubravka Lošić, due forze contrapposte. Sono piuttosto le spinte simultanee da cui prende forma il lavoro artistico: la necessità di trattenere, proteggere e custodire, ma anche quella di lasciare emergere ciò che non può essere completamente nascosto. È intorno a questa tensione che si sviluppa Compelled by Fright and Beauty, il progetto con cui Lošić rappresenta la Croazia alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Curato da Branko Franceschi, direttore del Museo nazionale d’Arte moderna di Zagabria, il Padiglione croato trova sede negli ambienti di Palazzo Zorzi, nel sestiere di Castello.

Più che una retrospettiva tradizionale, l’esposizione si presenta come una nuova configurazione di circa quarant’anni di ricerca. Le opere provengono infatti da sette cicli sviluppati dall’artista tra il 1986 e il 2026: Libertas Bells, Tondo, Rosary, Imago Anima, Sharks, Rains Paris e Alba Albula. Lavori appartenenti a periodi differenti vengono ripensati in relazione all’architettura veneziana, dando origine a un organismo installativo unitario e, al tempo stesso, attraversato da molteplici stratificazioni.

Opere che non finiscono: «nulla può mai essere completamente contenuto»

Per Lošić, un ciclo artistico non coincide mai con una forma definitivamente conclusa. Le opere possono modificarsi nel tempo, cambiare dimensione e materiale, avvicinarsi ad altri lavori o separarsene. La data indicata accanto a ciascun ciclo delimita soltanto provvisoriamente un processo che rimane aperto. All’origine del lavoro si trova quasi sempre la pittura, ma la superficie pittorica diventa presto insufficiente. L’artista la espande, la riempie con lana, fili e tessuti, la avvolge con corde e tele grezze, la comprime attraverso cuciture, graffette e legature. Il dipinto perde così la propria bidimensionalità e assume la consistenza di un corpo: vulnerabile, gonfio, contratto, talvolta ferito. La costruzione formale è inizialmente rigorosa, ma viene progressivamente attraversata dall’intuizione e dall’imprevisto. Lošić tenta di racchiudere il contenuto delle opere, di proteggerlo e mantenerlo sotto controllo. Eppure qualcosa continua a fuoriuscire dai bordi, perché, come afferma l’artista, «nulla può mai essere completamente contenuto». È proprio in questa perdita di controllo che la materia acquista una propria autonomia. Il colore cola, il tessuto deborda, la superficie si tende, il metallo si ossida. Ciò che potrebbe apparire come un’imperfezione diventa invece il luogo in cui l’opera manifesta la propria verità più profonda.

.Dubravka Losic.Credits Veronica Averalo
.Dubravka Losic.Credits Veronica Averalo

Un percorso costruito per Palazzo Zorzi

L’installazione prende avvio nel cortile di Palazzo Zorzi, dove i cicli Libertas Bells, Rosary e Tondo entrano in relazione attraverso un confronto fra materiali e forme differenti. Il ferro corroso e il bronzo delle presenze scultoree dialogano con oggetti-dipinto realizzati in legno, tessuto e colore. Il percorso prosegue al piano nobile, nella Sala Codussi, con le opere di Alba Albula, Rains Paris, Imago Anima, Rosary e Sharks. Non si tratta di una semplice successione cronologica, ma di una composizione spaziale in cui gesti, superfici e materiali si richiamano reciprocamente. L’architettura veneziana non svolge quindi il ruolo di semplice contenitore. Diventa parte della costruzione narrativa e percettiva del progetto. La dimensione teatrale dell’allestimento mette idealmente in relazione Venezia con Dubrovnik, la città in cui Lošić è nata e continua a vivere e lavorare: due luoghi segnati da un’identità visiva fortissima, dall’esperienza del mare e da una storia nella quale la bellezza non può essere separata dalle tensioni del potere, della difesa e della libertà.

Dubravka Losic.Credits Veronica Averalo

Corpi, anime e silenzi

Nei cicli Rains Paris e Alba Albula, corpi rispettivamente neri e bianchi vengono riempiti di lana colorata. L’interno custodisce una dimensione intima che, soltanto in alcuni punti, affiora sotto forma di fili. Il tessuto diventa così il segno visibile di qualcosa che non può essere raccontato interamente. Anche le opere circolari di Tondo nascono dal desiderio di proteggere un nucleo nascosto. I margini vengono definiti e ripuliti, mentre il centro rimane inaccessibile allo spettatore. Il gesto della sottrazione non produce tuttavia un vuoto: costruisce uno spazio riservato, sottratto all’obbligo contemporaneo di rendere tutto visibile. Con Imago Anima, Lošić affronta invece il genere del ritratto. Strato dopo strato, la pittura non conduce a una rappresentazione più precisa della persona, ma alla sua progressiva dissoluzione. Della figura rimane una traccia essenziale, quasi il perimetro di una presenza interiore. Il rapporto fra immagine e parola ritorna anche in Sharks. All’interno di queste forme sono custoditi alcuni ritratti dipinti dall’artista negli anni Ottanta. Sono opere che sembrano contenere una psiche incapace di parlare, una voce compressa all’interno di una struttura che ne impedisce l’espressione.

Ancora più esplicito è il silenzio di Libertas Bells. Le campane create da Lošić non possono suonare. La loro muta presenza si oppone a quei luoghi che respingono i propri abitanti e a una società che confonde l’aggressività con l’autorevolezza. Il silenzio non coincide con la rinuncia, ma diventa una forma di resistenza priva di retorica, ironia o amarezza.

Dubravka Losic, portrait, photo Veronica Arevalo ©NMMU

La distruzione meditativa della pittura

Tra i cicli più longevi della ricerca di Lošić figura Rosary, iniziato nel 1987 e trasformato nel corso dei decenni fino a conservare, delle opere originarie, quasi soltanto il nome. Il riferimento al rosario suggerisce una successione di gesti, pensieri e momenti di raccoglimento. La pittura viene però frammentata, disarticolata e trasformata in rose. Non si tratta di una distruzione violenta, quanto di una lenta decomposizione meditativa del quadro. L’artista interviene così sulla tradizione pittorica senza abbandonarla. La superficie continua a essere il punto di partenza, ma viene sottoposta a una metamorfosi che incorpora pratiche scultoree, collage, materiali industriali, tessuti e procedimenti propri della manifattura artigianale. La familiarità con il mondo tessile, legata anche alla storia della sua famiglia, confluisce in una ricerca nella quale il tessuto non assume mai una funzione esclusivamente decorativa. Diventa memoria, protezione, pelle e ferita; è il materiale attraverso cui qualcosa viene avvolto, ma anche quello da cui il contenuto può nuovamente fuoriuscire.

Dubrovnik e la cultura della libertà

Il radicamento nella storia di Dubrovnik rappresenta una componente essenziale della poetica di Lošić. La città non viene descritta attraverso immagini riconoscibili o riferimenti illustrativi, ma affiora come esperienza culturale e politica. Nel lavoro dell’artista, la libertà non costituisce un concetto astratto. È una condizione fragile, legata alla possibilità di difendere la propria identità, il proprio spazio e la propria autonomia. La bellezza stessa appare come qualcosa che richiede responsabilità e, talvolta, sacrificio. Le vicende personali, familiari e locali entrano così in relazione con tensioni di carattere globale. Sotto le superfici delle opere sembrano agire pressioni invisibili, paragonabili a movimenti tettonici: trasformazioni profonde che si manifestano attraverso corrosioni, accumuli, fratture e flussi di colore. Il trauma non viene tradotto in una narrazione didascalica. È assorbito dalla forma e trasformato in esperienza estetica. Proprio per questo l’opera di Lošić può parlare contemporaneamente di una storia specifica e di una condizione universale: il tentativo di conservare ciò che amiamo, mentre il tempo, la violenza e la materia continuano a modificarlo. In Compelled by Fright and Beauty, la paura non paralizza e la bellezza non consola. Entrambe costringono a scegliere: cosa mostrare, cosa custodire, cosa lasciare affiorare. È in questa soglia instabile fra contenimento e apertura che le opere di Dubravka Lošić trovano la propria forza.

Dubravka Losic.Credits Veronica Averalo

Informazioni Utili:

Padiglione della Croazia alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia

Dubravka Lošić – Compelled by Fright and Beauty
A cura di Branko Franceschi

Sede: Palazzo Zorzi, Salizada Zorzi, Castello 4930, Venezia

Orari:
Maggio–settembre: dalle 11.00 alle 19.00
Ottobre–novembre: dalle 10.00 alle 18.00
Chiuso il lunedì, a eccezione dell’11 maggio, 1° giugno, 7 settembre e 16 novembre.