Una replica a Kalindi Vora e Neda Atanasoski
In questi giorni ho avuto modo di leggere con attenzione, e con crescente disaccordo, il saggio di Kalindi Vora e Neda Atanasoski apparso su e-flux #162, “AI’s AURA: Aesthetic, Ubiquitous, Regimented Automation“. Le due autrici tornano a Walter Benjamin per sostenere una tesi forte: l’intelligenza artificiale produce output in totale assenza di un originale, e lo fa attraverso un’estrazione di stile, organizzando gli utenti in una massa affettiva da catturare. AURA, nel loro acronimo, sta per Aesthetic, Ubiquitous, Regimented Automation. Un’aura rovesciata, ideologica, predatoria.
La diagnosi è acuta. La conclusione, applicata all’arte, sembra commettere uno slittamento teorico problematico.
Hanno ragione sul prodotto, ma, a mio avviso, non sull’opera
Vora e Atanasoski descrivono benissimo l’apparato. L’AI commerciale è davvero ubiqua, davvero regimentata, davvero costruita per intercettare l’intimità e restituirla sotto forma di engagement. Chiunque abbia osservato il funzionamento di un assistente generativo orientato al consumo riconosce il ritratto. Il problema nasce quando quel ritratto viene esteso, senza mediazione, a ogni forma di produzione macchinica, arte inclusa. Qui le autrici compiono un salto che appare subito molto traballante: confondono il dispositivo industriale con la pratica artistica, e trattano lo stile come se fosse un giacimento finito da prosciugare.
Ad esempio, nel mio lavoro lo stile funziona in modo opposto. Non è una proprietà depositata da qualche parte e poi sottratta. È una grammatica che genera varianti, costruita scegliendo fonti, soglie, vincoli, dataset, regole di trasduzione. Quando definisco l’architettura di una Resonance Network, non estraggo nulla da un autore preesistente: stabilisco le condizioni perché un campo di risonanza produca configurazioni che prima non esistevano. L’estrazione presuppone un serbatoio. La generazione presuppone una sintassi. Sono due ontologie diverse, e Vora e Atanasoski le schiacciano in una sola perché osservano l’AI dal lato del prodotto consumato, mai dal lato del sistema che la produce.
Il prigioniero di Benjamin
C’è un secondo limite, più sottile, ed è teorico. Le autrici restano dentro il dualismo benjaminiano: l’aura c’è oppure manca, l’opera è autentica oppure è simulacro. Si limitano a invertire il segno. Dove Benjamin vedeva una perdita, loro vedono una cattura, ma la struttura del ragionamento è identica, presenza contro assenza. È esattamente la cornice che ho passato anni a smontare.
La mia tesi, articolata nell’Opera-Sistema, è che l’aura non sparisce e non viene estratta. Cambia indirizzo. L’identità dell’opera si stabilisce nel framework, non nell’output. Quando affermo che l’originale esiste ancora, non sto difendendo l’immagine sullo schermo: sto indicando la grammatica generativa che la rende possibile, il campo in cui accade, le decisioni di regia sistemica che la governano. L’unicità non è morta con la riproducibilità tecnica, ha traslocato dall’oggetto al processo. Umberto Eco lo aveva già intuito con l’Opera Aperta nel 1962, quando spostava il baricentro dall’oggetto compiuto alla struttura di possibilità. Jack Burnham lo formalizzò nel 1968 con la Systems Esthetics, annunciando che l’esperienza artistica si sarebbe spostata dagli oggetti ai sistemi, ai processi, ai feedback. Il ragionamento di Vora e Atanasoski sembra relegare in secondo piano oltre mezzo secolo di pensiero sui sistemi, tornando a valutare l’arte generativa con il metro dell’oggetto unico. Ma con quel metro, inevitabilmente, l’aura risulta sempre assente. Il punto è che non è l’arte generativa a essere priva di aura: è il dispositivo di misurazione a essere inadeguato.
L’estrazione presuppone una vittima, la co-creazione no
Il termine che le autrici usano con più forza è “estrazione”. È una parola del lessico del lavoro e dello sfruttamento, e nell’apparato commerciale è pertinente. Trasportata nel laboratorio dell’artista, però, presuppone una vittima, uno stile rubato a qualcuno. Nel dialogo che chiamo Third Intelligence non c’è una fonte derubata e un ladro algoritmico. C’è una terza entità che emerge nel processo, irriducibile sia all’intenzione umana sia all’autonomia della macchina. La Collaborative Intelligence Spiral descrive proprio questo: un feedback a spirale in cui le possibilità di entrambi i poli si espandono invece di sottrarsi a vicenda. Chiamare estrazione questa dinamica significa decidere in anticipo che la macchina può solo prendere, mai partecipare. È una posizione legittima come militanza, debole come analisi.
ResNet XX, ovvero dove guardare per verificare
Tutto questo si può toccare ad esempio in un’opera concreta, parte del mio lavoro. ResNet XX – The Geopolitical Sublime assume il presente geopolitico come materia viva. Il sistema monitora in tempo reale fonti accreditate, dal Global Conflict Tracker del CFR a CrisisWatch dell’International Crisis Group, organizza i dati in dataset effimeri, li mappa attraverso una rete neurale generativa in coordinate estetiche, colore, geometria, densità, movimento, e produce un flusso audiovisivo in mutazione continua. Dal processo emerge Residual Code Poetry, letta da una voce sintetica.
Domando ai lettori di Vora e Atanasoski: dov’è l’estrazione, qui? Non esiste un originale geopolitico da plagiare, non esiste uno stile altrui da prosciugare. Esiste una grammatica che traduce il mondo in forma sensibile, e un’aura che vive nell’irripetibilità di ogni stato del sistema, mai identico al precedente. Il mio ruolo non è scegliere il fotogramma migliore, è costruire le soglie e la sintassi che connettono immagine, suono e linguaggio. L’autorialità riguarda il sistema, non l’output. Se cercate l’hic et nunc di Benjamin, è lì: nell’istante in cui la rete produce una configurazione che nessuno, umano o macchina, aveva previsto.
Una soglia, non una conclusione
Resta un punto su cui Vora e Atanasoski meritano l’ultima parola, perché tocca qualcosa di vero. L’apparato che descrivono esiste, ed è davvero costruito per regimentare. La domanda allora non è se l’AI abbia un’aura, ma chi tiene la mano sulla grammatica. Quando il sistema generativo è un prodotto chiuso, la sua aura è quella del controllo. Quando è un’opera-sistema aperta, esposta nelle sue regole, l’aura torna a essere ciò che Benjamin temeva di perdere: una distanza, una soglia, un qui e ora che resiste alla presa. La differenza non passa tra umano e macchina. Passa tra chi subisce la grammatica e chi la scrive. È su quella linea che si gioca, adesso, tutta la posta.
Dario Buratti



