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Leandro Erlich al Negozio Olivetti: l’arte come esperienza, partecipazione e costruzione della realtà

Leandro Erlich, White Coral, 2025, Resina_Courtesy of Leandro Erlich Studio

In occasione della mostra Hybrids. Leandro Erlich al Negozio Olivetti, Evento Collaterale della 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, abbiamo incontrato l’artista argentino per riflettere sul rapporto tra corpo, spazio, percezione e ruolo dello spettatore nell’arte contemporanea.

In occasione della 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, lo storico Negozio Olivetti di Piazza San Marco accoglie Hybrids. Leandro Erlich al Negozio Olivetti, mostra a cura di Marcello Dantas, progetto ideato da Mario Cristiani e realizzato da Associazione Arte Continua con FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano e con il supporto di Galleria Continua.

Ospitata in uno dei luoghi più significativi dell’architettura italiana del Novecento, capolavoro di Carlo Scarpa e spazio profondamente legato alla visione umanistica di Adriano Olivetti, la mostra mette in dialogo due eccellenze: da una parte l’arte visionaria di Leandro Erlich, dall’altra l’eredità di una cultura dell’innovazione capace di unire tecnologia, estetica, pensiero progettuale e responsabilità sociale. È proprio da questo incontro che nasce la forza del progetto: una mostra che porta a contatto due mondi apparentemente distanti, ma in realtà profondamente connessi nella loro capacità di parlare alla società contemporanea. Se da una parte abbiamo l’innovazione tecnologica rappresentata da Olivetti, dall’altra troviamo una grande riflessione sulla società attraverso le opere di Leandro Erlich. In entrambi i casi, lo spazio non è mai soltanto funzionale o contemplativo, ma diventa luogo di esperienza, relazione, immaginazione e trasformazione.

Leandro Erlich, Caracol – The Pace of Evolution, 2021, marmo Bianco di Carrara_Courtesy of Leandro Erlich Studio

Il titolo Hybrids introduce un universo di forme instabili, ambigue, sorprendenti: organismi impossibili eppure familiari, sculture che sembrano nascere dall’incontro tra natura e artificio, architettura e biologia, materia e immaginazione. Farfalle con ali che assumono la forma di orecchie, cavoli che diventano architetture, coralli che evocano metropoli, alberi che terminano in piedi umani: le opere di Erlich costruiscono un paesaggio in cui ogni forma conserva una memoria e, al tempo stesso, si apre alla possibilità di diventare altro.

Nel percorso espositivo, l’artista mette in discussione le categorie con cui abitualmente interpretiamo il reale. Ci invita a osservare ciò che consideriamo “normale” come una costruzione, un’invenzione condivisa, un sistema di convenzioni percettive, sociali e culturali. La sua arte non si limita a generare stupore: apre una riflessione profonda sul nostro modo di abitare lo spazio, di costruire immagini, di partecipare alla realtà e di riconoscerci al suo interno.

In occasione della mostra ho avuto il piacere di incontrare personalmente Leandro Erlich, grazie anche alla collaborazione dello splendido team di Nora Comunicazione, che qui ringrazio. Ne è nata una breve conversazione sul corpo, sulla percezione, sul ruolo dello spettatore e sulla dimensione costruita della realtà. Ecco l’intervista.

.HYBRIDS.LEANDRO ERLICH AL NEGOZIO OLIVETTI_Foto di Luca Chiaudano (C) FAI 2026

Intervista a Leandro Erlich in occasione della mostra Hybrids. Leandro Erlich al Negozio Olivetti

RP: Guardando il tuo lavoro, penso spesso alla fenomenologia e all’idea di esperienza incarnata di Maurice Merleau-Ponty. Quanto il corpo, il movimento e la presenza fisica influenzano il tuo modo di concepire lo spazio?

Leandro Erlich: Credo che il modo in cui facciamo esperienza dell’arte non sia — o non dovrebbe essere — diverso dal modo in cui facciamo esperienza della vita in generale.
Ci muoviamo fisicamente in un mondo fisico, attraversiamo gli spazi e ci confrontiamo con il mondo sia intellettualmente sia corporalmente. Interpretiamo ciò che vediamo per strada, al supermercato o in una galleria d’arte. Per questo penso che, in realtà, non ci sia un confine netto. Non c’è una vera differenza.
Dal mio punto di vista, la pratica dell’arte non è diversa dall’essere, non so, in un ristorante, a casa, con la propria famiglia o con gli amici. Riceviamo uno stimolo, un input, e poi rispondiamo a quello stimolo. Non credo che l’arte debba richiedere un approccio particolare o diverso rispetto a quello che abbiamo nei confronti delle cose in generale.

RP: Nelle tue opere il pubblico non è mai semplicemente un osservatore passivo. Le persone entrano nell’opera, la attivano, la trasformano e spesso diventano esse stesse parte dell’immagine. Secondo te, come sta cambiando il ruolo dello spettatore nell’arte contemporanea?

Leandro Erlich: Credo che il ruolo dello spettatore sia sempre stato fondamentale. Esisteva già l’idea secondo cui un dipinto non esisterebbe davvero se non ci fosse qualcuno a guardarlo. In questo senso, ogni opera d’arte richiede il coinvolgimento del pubblico. Nel mio caso, credo che questo coinvolgimento venga talvolta spinto oltre: il pubblico non è soltanto qualcuno che guarda, ma assume un ruolo, partecipa all’opera e, per un momento, arriva a diventarne parte.
Ma, ancora una volta, penso che il ruolo del pubblico — questa sorta di pseudo-protagonismo che lo spettatore assume nell’opera — rifletta molto il modo in cui oggi ci comportiamo socialmente. Esiste una fantasia di protagonismo, ed è anche per questo che i social media sono così potenti.
C’è un’illusione dell’essere. Mediatizziamo la nostra presenza, costruendo una fantasia in cui creiamo una storia, una narrazione, nella quale siamo noi i protagonisti di qualcosa. Nella vita, in generale, lo spettatore non si percepisce più soltanto come testimone o come pubblico. C’è questa idea: “non sono solo chi osserva, sono anche l’attore e il regista”.
Esiste quindi una sorta di fantasia, e anche di illusione, secondo cui, all’interno dell’ordine sociale, tutti sono protagonisti. Ed è in parte vero, perché nella nostra vita portiamo avanti noi stessi, siamo un’entità. Ma l’illusione sta nel fatto che tendiamo a credere di essere protagonisti di una storia più ampia, come se fossimo importanti non solo per noi stessi, ma per tutti.
In questo senso, credo che il mio lavoro emuli qualcosa che esiste già. Penso che a tutti piaccia giocare a partecipare.

RP: Il tuo lavoro suscita sempre molta curiosità. Molte delle tue installazioni sembrano costruire impossibilità architettoniche che destabilizzano lo spettatore. È anche una riflessione sul modo in cui oggi abitiamo lo spazio urbano e le immagini?

Leandro Erlich:  Sì, anche se non so se sia propriamente una riflessione in questi termini. Credo però che, per me, sia sempre stato un modo per pensare al fatto che tutto ciò che consideriamo normale, tutto ciò che non ci appare impossibile ma, al contrario, possibile e quotidiano, è in realtà qualcosa che costruiamo. Quando diamo per scontato ciò che ci circonda, pensiamo che tutto ciò che è lì — la città, gli edifici, le case — sia normale. Ma tutto nasce dalla nostra immaginazione. Anche l’architettura è qualcosa che abbiamo creato: prima non esisteva, non fa parte della natura. Quando costruisco qualcosa che non ha senso, o che non appare normale, pensiamo: “Oh, ma questo è impossibile. Questa non è una cosa reale”. E allora, se questa non è una cosa reale, finiamo per pensare che ciò a cui siamo abituati invece lo sia. Ma in questo processo dimentichiamo che anche quella parte di realtà è, in fondo, una costruzione. L’abbiamo costruita noi.

Leandro Erlich, Flan, 2026, casted resin, ceramic, 12x26x26 cm_Courtesy of Associazione Arte Continua

Ringraziamo Leandro Erlich per la disponibilità e per aver condiviso con noi la sua riflessione sul rapporto tra arte, percezione e costruzione della realtà e il team di Nora Comunicazione che ha permesso questo incontro.

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