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L’arte che abita il Metaverso: intervista a Paola Pinna

Paola Pinna, Mysticism 2025

Paola Pinna, Mysticism 2025

Nel panorama dell’arte contemporanea, l’espansione degli ambienti virtuali e delle realtà immersive sta ridefinendo radicalmente il concetto stesso di spazio, presenza e opera, aprendo all’estetica del metaverso come nuovo orizzonte di produzione e fruizione. È in questo contesto che emerge la figura di Paola Pinna, la cui pratica dimostra come il 3D trascenda la dimensione meramente tecnica per affermarsi come linguaggio autonomo, capace di articolare una ricerca estetica e concettuale pienamente inscritta nel dibattito contemporaneo. In questa intervista, Pinna ripercorre il proprio percorso artistico e affronta una pluralità di temi: dal dialogo tra interiorità e spazio virtuale alle dinamiche di empowerment femminile, fino ad offrire una riflessione sulle trasformazioni del mercato dell’arte contemporaneo. Un confronto che restituisce la complessità di una ricerca in cui tecnologia e soggettività non si oppongono, ma si ridefiniscono reciprocamente. 

Paola Pinna, Chaos 2025

Intervista a Paola Pinna 

Sei un’artista digitale e 3D originaria della Sardegna, oggi attiva a livello internazionale, e nei tuoi lavori costruisci avatar, ambienti virtuali e scenari immersivi che riflettono sull’identità contemporanea. Come è iniziato il tuo percorso nell’arte digitale? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che il 3D sarebbe diventato il tuo linguaggio espressivo?

PP: Ho capito che il 3D sarebbe stata la mia strada solo verso la fine del percorso di studi. Fino a quel momento ero immersa nella pittura e nel disegno, finché non ho iniziato a riconoscere un linguaggio che mi parlava a livello emotivo e culturale, scrollando sui social e andando per varie mostre a Londra. Sono cresciuta con i videogiochi, ma non avevo mai pensato che quel tipo di immaginario potesse diventare arte per me. Il momento decisivo è stato quando ho aperto Blender per un progetto universitario, lì ho capito che non l’avrei più lasciato. Quel momento era otto anni fa. Sono entrata in questo mondo sposando l’estetica del 3D perchè mi parlava. Oggi lo sento più come uno strumento che come un fine, e il 3D è il mezzo attraverso cui quella ricerca prende forma. Ma rimane sempre uno strumento che mi appassiona e che ancora continuo a conoscere giorno per giorno.

Dopo la Sardegna hai scelto Londra per la tua formazione artistica, confrontandoti con una scena creativa internazionale e particolarmente dinamica, aperta alla sperimentazione e al dialogo tra linguaggi diversi. In che modo questa esperienza ha trasformato la tua visione? Guardando indietro, senti che il tuo sguardo sull’arte e sulla tecnologia sia cambiato rispetto a quando vivevi in Sardegna?

PP: Venendo da un’isola, il senso del limite e dei confini era molto forte. In Sardegna avevo una formazione più tradizionale. Londra è stato come un passaggio iniziatico, uno shock non solo geografico e culturale, ma anche mentale e creativo. Ho trascorso lì gli anni più formativi della mia crescita, e quell’esperienza ha inevitabilmente plasmato il mio modo di pensare e di creare. Ho dovuto rimettere in discussione molte certezze, incluso il mio rapporto con la tecnologia. Oggi però non sento più quella dualità. Credo di aver integrato armonia e progresso in un modo che mi appartiene. La cultura della mia terra mi dà forza e struttura, e non mi limita più.

Paola Pinna, Mysticism 2025

Nel tuo lavoro esplori spesso il rapporto tra essere umano e tecnologia, mettendo in dialogo corpi, avatar e spazi virtuali. Secondo te, quando entriamo in questi ambienti, quali parti della nostra identità restano autentiche e quali invece vengono reinventate o completamente ricostruite?

PP: Questa è una bella domanda perché solitamente si dà per scontato che tutto quello che sia virtuale sia automaticamente finto o illusorio, e in parte lo é, ma é finto solo a livello materiale poiché invece l’esperienza che facciamo al suo interno é vera. Anche il sogno è una realtà immateriale, eppure quando sogniamo stiamo facendo un’esperienza reale. 

Quando entriamo in questi ambienti possiamo spogliarci dei ruoli che ricopriamo nella vita quotidiana e assumerne altri. La parte autentica che rimane non è quella che gioca al ruolo, ma è quella che può attraversare diversi ruoli. È quella che desidera ancora giocare, fare esperienza, stupirsi. Nel mio lavoro ho creato molti avatar non per nascondermi, ma per frammentarmi consapevolmente. Ognuno è stato un modo per esplorare parti che già mi abitavano. Credo che l’identità vera non sia il ruolo che ci raccontiamo, ma piuttosto il sapere che noi siamo ‘quella cosa lì’ anche quando cambiamo costume. 

L’empowerment femminile è una presenza ricorrente nelle tue opere, spesso incarnato da figure digitali forti, iconiche, quasi mitologiche. In che modo il linguaggio del 3D e degli ambienti virtuali ti permette di raccontare la forza e la complessità dell’identità femminile?

PP: Dare voce al femminile per me è molto importante non tanto come identità di genere ma come principio generativo. Mi interessa dare al corpo femminile una dimensione archetipica e cosmica. Molte tradizioni hanno messo in secondo piano l’energia che muove e crea, privilegiando l’ordine e la struttura. Io voglio riportare in scena quella forza primaria, che trova libertà nel volersi esprimere come le pare e piace, ma anche senza doversi per forza ‘ribellarsi’ al male-gaze. Nel momento in cui ti ribelli sei ancora dentro il gioco. A me interessa semplicemente esprimermi ed incontrare il mio lato più’ ‘lunare ” quando creo. Intendo il lato più fluido, ricettivo, notturno… Ultimamente sto scoprendo che posso fare ciò anche in maniera più simbolica e meno figurativa.  

Sei stata attiva anche nel mondo degli NFT e della crypto-arte, un ambito che ha rivoluzionato il modo in cui l’arte digitale viene collezionata e scambiata. Come descriveresti oggi il rapporto tra arte digitale e mercato? E come riesci a mantenere un equilibrio tra ricerca personale e le esigenze del mercato stesso?

PP: Negli ultimi anni il rapporto tra arte digitale e mercato è stato estremamente instabile. Il boom degli NFT ha aperto possibilità reali, ma ha anche mostrato quanto velocemente il valore simbolico possa essere confuso con quello speculativo. Con il calo di quell’ondata e l’ingresso massivo dell’AI generativa, il panorama si è trasformato molto. L’AI ha reso molte persone autonome nella produzione di immagini, trasformando potenziali clienti in creatori. Allo stesso tempo, la sovraesposizione dei contenuti social ha reso più difficile per l’arte mantenere uno spazio centrale e contemplativo sulle piattaforme.

Circa un anno fa ho scelto consapevolmente di non lavorare più su commissione, per dedicarmi completamente alla mia pratica e ai miei progetti personali. È stata una scelta necessaria per proteggere la mia energia creativa e sottrarla alla logica della produzione continua. Oggi collaboro solo su progetti che sento davvero allineati alla mia ricerca, e insegno part-time. Credo però che il mercato dell’arte digitale più che in crisi sia in trasformazione. Penso che andrà sempre più verso l’interattività, verso esperienze immersive e partecipative, o addirittura in qualche modo utili. Per me la ricerca personale resta il centro, e col mio ultimo progetto System Elemental sto sperimentando per capire come posso mettere a disposizione il mio talento per un progetto interattivo, simbolico e psicologico e metterlo alla funzione di tutti. 

Paola Pinna, Madre Cosmica 2023

Nel tuo TEDx Talk in Russia hai suggerito che la 3D art possa contribuire a immaginare un futuro più sostenibile, anche in termini di produzione e consumo culturale. A distanza di tempo, come si è evoluta questa riflessione? Vedi nuove responsabilità o nuove opportunità per gli artisti digitali nel contesto attuale?

PP: Considero ancora oggi il 3D una delle scelte più sostenibili. È più leggero rispetto alla produzione fisica tradizionale e più controllabile rispetto alla produzione massiva tramite AI. I rendering richiedono energia ma in modo generalmente contenuto e proporzionato al progetto. Difficilmente implicano un consumo sistemico sproporzionato.

Per quanto riguarda la responsabilità individuale degli artisti digitali, credo sia fondamentale rallentare e prendersi cura di sé. Non contribuire alla sovrapproduzione visiva, ma creare opere necessarie, prima di tutto per sé stessi, non per l’algoritmo. Nel contesto attuale non vedo altre possibili direzioni. Oggi bisogna tornare a dare importanza a radicare la propria ricerca nella propria cultura e nel proprio vissuto, invece di contribuire all’appiattimento visivo e simbolico della globalizzazione che l’AI rischia di amplificare. 

Nel tuo articolo “Rahu and Technology: a Vedic glimpse into Digital Art” richiami la figura di Rāhu, archetipo vedico legato a tecnologia e illusione, creando un ponte simbolico con le realtà virtuali contemporanee. Come si traduce concretamente questo simbolismo nelle tue opere? In che modo Rāhu prende forma nei tuoi avatar e nelle figure digitali che crei?

PP: Nel mio lavoro tento di preservare l’idea che l’illusione non sia qualcosa da smascherare, ma da attraversare come un campo di esperienza. Poiche mi interesso anche di astrologia, ho scoperto la figura di Rāhu come forza che spinge l’uomo verso il desiderio continuo, illusione e l’irresistibile spinta verso ciò che ancora non conosciamo. Ma è allo stesso tempo anche un grande maestro.

È esattamente quello che fa anche la tecnologia. Questo archetipo ha una dinamica oscura ma anche necessaria. Guardando la luna possiamo contemplare la luce senza bruciarci. Allo stesso modo, nel digitale possiamo esplorare, giocare e sperimentare senza esporci direttamente al “fuoco” dell’esperienza terrena. È uno spazio di simulazione, ma anche di apprendimento. Per questo nelle mie figure Rāhu non si manifesta illustrato, ma come tensione. Un’attrazione verso l’ignoto. 

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