L’Opera-Sistema al MAM di Roma ha preso forma attraverso il frammento inaugurale di The Infinite Rendering, prima esperienza del corpus Symbiogenesis / Residual Time, una collaborazione di Carlo Alfano e Dario Buratti. Per l’inaugurazione del 9 ottobre 2026 abbiamo concepito sei minuti di cinema immersivo: l’ingresso in una ricerca destinata ad attraversare cinema, spazio, materia e performance.
Che cosa passa da un film allo spazio che lo accoglie? Che cosa rimane quando le immagini acquistano un volume e chiedono al corpo di trovare una posizione diversa? Sono domande che hanno accompagnato la preparazione e continuano a orientare il lavoro. Le ritrovo mentre cerchiamo di capire come una forma possa continuare la propria vita dentro un’altra.
Il MAM di Roma e la mostra inaugurale HyperMedia
Il MAM, Media Art Museum di Roma, ha aperto il 9 ottobre 2026 in Corso d’Italia 37/D. La mostra HyperMedia ha accompagnato l’apertura, mettendo in relazione la storia della cultura digitale con le pratiche artistiche contemporanee. Gli ambienti del museo comprendono una sala immersiva nella quale pareti e pavimento partecipano alla costruzione dell’esperienza.
Per il nostro lavoro, comporre su queste superfici è entrato direttamente nella scrittura. Una voce, un’immagine o una cesura dovevano trovare il proprio posto rispetto al corpo di chi guarda. La sala è diventata una condizione con cui confrontarsi fin dall’inizio.
Nel mio precedente articolo pubblicato su Notiziarte ho affrontato l’Opera-Sistema attraverso le relazioni fra forme, processi e condizioni generative. Al MAM questa prospettiva ha incontrato il lavoro condiviso: regia, durate, immagini e suoni ci hanno imposto di precisare ciò che nella formulazione teorica poteva rimanere aperto.
Carlo Alfano ha curato la regia e lo Storyverse. Il mio contributo è consistito nel portare nel lavoro la grammatica generativa e il metodo sviluppato attraverso l’Opera-Sistema, la Regia Sistemica e il Tempo Residuale.
È stato un incontro fra pratiche autoriali, con responsabilità distinte e un terreno di elaborazione comune. La costruzione narrativa e quella generativa hanno dovuto trovare un modo di agire insieme, fino alla forma concreta della presentazione.
The Infinite Rendering e il cinema reticolare
Nel frammento di The Infinite Rendering il racconto si è distribuito sulle quattro pareti e sul pavimento attraverso cinque canali sincronizzati. Un evento poteva richiamare l’attenzione su una parete mentre altrove qualcosa continuava ad accadere. Anche il pavimento ha partecipato alla composizione, modificando il rapporto fra immagine e corpo.
Chiamiamo questa modalità Reticular Cinema Immersivo. Il termine indica una scelta compositiva precisa: considerare la configurazione delle superfici, in un dato istante, come unità del racconto. Al montaggio per successione si affianca un montaggio per simultaneità. Una scena comprende quindi i rapporti fra eventi che occupano punti diversi della sala.
Nel frammento inaugurale, un punto di luce compariva simultaneamente sulle superfici. Da quel punto nascevano le linee del reticolo. Al suo interno prendeva forma una città verticale, attraversata da pioggia acida.
La città accoglieva tre presenze: un uomo consumato dal tentativo di portare a termine qualcosa, un’intelligenza artificiale che decideva di darsi un nome, Grace, la voce che si rivolgeva a chi si trovava nel buio.
A un certo momento una crepa attraversava le pareti e il piano. Fino a quella soglia si ascoltava il suono generativo del sistema; da lì entrava un violoncello. La relazione fra questi elementi apparteneva alla scrittura dell’opera quanto la loro forma visiva.
La Regia Sistemica ha lavorato anche qui, nelle condizioni che hanno permesso a immagine, spazio e suono di sostenere lo stesso evento.
Un frammento concepito per l’inaugurazione
La durata del frammento ci ha posto una questione: come introdurre un lavoro ancora destinato a svilupparsi?
Abbiamo scelto una parte che si arrestava alla propria soglia. Un montaggio dei momenti principali avrebbe anticipato una sintesi, suggerendo un percorso già ricomposto. Il frammento ha conservato invece la tensione del tratto attraversato, lasciando aperto ciò che sarebbe seguito.
Questi sei minuti sono stati studiati per l’inaugurazione del museo. Hanno presentato il linguaggio del primo episodio e, attraverso di esso, il progetto più ampio. Chi incontrerà successivamente il film potrà riconoscere quella parte e collocarla in una durata diversa.
Il materiale è nato da sistemi generativi sui quali siamo intervenuti definendo una grammatica. La presentazione in sala è stata un’esecuzione fissata, composta da cinque canali sincronizzati. Il frammento proiettato aveva una durata e una sequenza determinate. Il processo che lo ha prodotto comprendeva le scelte, i vincoli e le possibilità attraverso cui siamo arrivati a quella configurazione.
Leggere l’Opera-Sistema al MAM significa tenere conto anche di questi passaggi. Generazione, selezione, montaggio e disposizione nello spazio hanno comportato decisioni autoriali. La loro relazione permette di comprendere quale parte della ricerca possa proseguire oltre il film.
Symbiogenesis / Residual Time: quattro forme di un corpus
Il corpus di ArTech Team Symbiogenesis / Residual Time comprende quattro momenti, progettati secondo i verbi Raccontare, Attraversare, Abitare, Fondere:
- The Infinite Rendering: l’esperienza cinematografica immersiva.
- The Membrane: il percorso attraversabile.
- Solid State: la configurazione volumetrica abitabile.
- Live State: l’esecuzione dal vivo.
La presentazione inaugurale ha introdotto il primo momento attraverso il frammento di sei minuti. Le manifestazioni successive al film appartengono allo sviluppo previsto del corpus. Il loro rapporto è già una questione di lavoro.
Passare da una sequenza a un percorso significa affidare parte della durata al movimento di chi entra. Dare volume a un’immagine introduce un ingombro, una distanza, un ostacolo o una possibilità di avvicinamento. Portare questi materiali nella performance espone la composizione alle condizioni dell’esecuzione.
Mi interessa capire quali relazioni possano attraversare questi cambiamenti. La presenza degli stessi personaggi o di immagini riconoscibili stabilisce alcuni legami. Rimane però la questione più impegnativa: che cosa eredita ogni esperienza da quella che l’ha preceduta? Quanto incide questa eredità sulle decisioni che possiamo ancora prendere?
Il Tempo Residuale nella costruzione dell’opera
È su questo terreno che il Tempo Residuale diventa un criterio compositivo. Con questa espressione descrivo la capacità di una traccia di continuare ad agire dopo la propria apparizione. Nel corpus dobbiamo verificare quali conseguenze possa avere tale persistenza.
Un’immagine del film potrebbe tornare in una manifestazione successiva conservando soprattutto una funzione di riconoscimento. Potrebbe anche imporre una relazione spaziale, condizionare una durata o richiedere una trasformazione del suono.
Nel secondo caso, il lavoro precedente partecipa alla costruzione di quello che viene dopo. Per capire se questo accade occorre seguire le decisioni, osservare che cosa cambia e per quale ragione.
La memoria dello spettatore appartiene a un altro piano. Tornando sullo stesso frammento, ciascuno può cogliere una relazione sfuggita durante la prima visione. I canali riproducono la stessa sequenza, mentre l’attenzione si orienta diversamente. Questa esperienza ha un valore proprio; distinguerla dalla trasformazione del processo aiuta a essere precisi su ciò che effettivamente avviene.
Il frammento presentato al MAM ha introdotto anche questo campo di ricerca. Fra una manifestazione e l’altra ci saranno decisioni da rivedere, materiali da lasciare e relazioni da conservare. È lì che cercheremo la continuità del corpus.
Quando arriveremo all’esecuzione dal vivo, vorrei poter riconoscere ciò che il film, il percorso e la materia avranno reso possibile. E capire quali scelte saranno nate proprio dall’impossibilità di dimenticare quello che avremo già fatto.
Dario Buratti
