Il 28 marzo 2026, negli spazi di Spritz a Ivrea, Beatrice Vigoni inaugura CryptoMaDonne, un progetto che si inserisce con decisione nel dibattito contemporaneo sulla riscrittura delle immagini e dei simboli culturali, attraversando arte sacra, estetica pop e cultura visiva digitale. Più che una semplice mostra, CryptoMaDonne si configura come un dispositivo visivo e concettuale che mette in tensione tradizione e contemporaneità. Il punto di partenza è dichiarato: la Madonna con Bambino e sant’Anna di Masaccio e Masolino (1424), uno dei vertici della pittura rinascimentale. Ma ciò che interessa a Vigoni non è la citazione filologica, bensì il suo “hacking”. Attraverso un processo di pixelizzazione, il volto della Madonna viene destrutturato, reso volutamente incompleto, quasi anonimo. Non più icona univoca, ma matrice aperta. È qui che il progetto trova la sua forza: nella costruzione di un’immagine che rinuncia alla definizione per diventare spazio di proiezione.
L’archetipo femminile come codice aperto
Il titolo stesso, CryptoMaDonne, introduce una doppia lettura: “crypto” come ciò che è nascosto, cifrato, ma anche come riferimento implicito ai linguaggi digitali e decentralizzati; “Madonne” come pluralità di figure, lontane dalla sacralità monolitica della tradizione. Le figure di Vigoni non rappresentano donne specifiche, ma archetipi contemporanei di emancipazione. Sono immagini che sfuggono all’identità definita, e proprio per questo si rendono disponibili a essere abitate da chi guarda. La scelta della pixel art non è solo estetica. È un gesto critico. In un’epoca dominata da immagini ad alta definizione e corpi iper-perfetti, la pixelizzazione introduce una frattura: sottrae dettaglio, apre ambiguità, restituisce spazio all’interpretazione.
Dalla galleria allo spazio urbano: arte come esperienza condivisa
Uno degli elementi più interessanti del progetto è la sua espansione oltre il formato espositivo. La collaborazione con il collettivo Spritz introduce una dimensione ibrida, in cui le opere si traducono in oggetti d’uso quotidiano – T-shirt e tote bag – trasformando l’immagine artistica in linguaggio condiviso. Non si tratta semplicemente di merchandising, ma di una strategia di disseminazione: l’opera esce dalla galleria e si inserisce nello spazio urbano, diventando parte della vita quotidiana. Un passaggio che riflette una tendenza sempre più evidente nell’arte contemporanea: la ridefinizione dei confini tra produzione artistica, design e cultura visuale diffusa.
Materia, supporti e coerenza visiva
L’allestimento, che occupa un intero piano dello spazio espositivo, restituisce la versatilità del linguaggio dell’artista. Tele, tavole da skateboard e opere in Lego convivono in un sistema coerente, dimostrando come l’identità visiva del progetto sia in grado di attraversare media diversi senza perdere intensità. Questa capacità di traslazione è centrale: l’immagine non è legata a un supporto specifico, ma funziona come codice replicabile, adattabile, espandibile.
Arte, partecipazione e responsabilità sociale
La mostra si chiuderà con una live painting performance, momento che introduce una dimensione performativa e partecipativa. Il pubblico non è più semplice spettatore, ma testimone del processo, coinvolto in una relazione diretta con l’artista. A questo si aggiunge un elemento etico significativo: la collaborazione con l’associazione “Violetta la forza delle donne”, a cui sarà devoluto il ricavato dell’asta di un’opera. Un gesto che radica il progetto nel presente, collegando la riflessione simbolica sulla figura femminile a un’azione concreta di supporto.
Una nuova forma di sacralità contemporanea
CryptoMaDonne non propone una dissacrazione dell’immagine religiosa, ma piuttosto una sua riattivazione. La Madonna, da figura storicamente codificata, diventa un campo di possibilità, un’immagine aperta che dialoga con le urgenze del presente. In questo senso, il lavoro di Beatrice Vigoni si inserisce in una linea di ricerca contemporanea: quella che vede l’arte dei giorni nostri confrontarsi con l’archivio iconografico della tradizione non per conservarlo, ma per trasformarlo, renderlo nuovamente abitabile.
