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“Stato di confine”: come Matteo Attruia trasforma il confine in esperienza collettiva a Gorizia

Matteo Attruia - Stato di un confine_ neon sign, 20 x 215 cm2026

Matteo Attruia - Stato di un confine_ neon sign, 20 x 215 cm2026

IN ASCOLTO. TRACCE LUNGO IL MARGINE

Il confine come spazio condiviso: il progetto partecipativo di Matteo Attruia

In un territorio in cui il confine non è soltanto una linea geografica ma una stratificazione storica, culturale e identitaria, nasce IN ASCOLTO. TRACCE LUNGO IL MARGINE, progetto promosso da QuiAltrove Associazione ETS e sviluppato insieme all’artista Matteo Attruia. Un percorso che assume il confine non come dispositivo di separazione, ma come condizione complessa e porosa: uno spazio in cui si intrecciano dimensioni emotive, politiche e linguistiche.

Il progetto si sviluppa tra giugno 2025 e marzo 2026 attraversando diverse città del Friuli Venezia Giulia — Gorizia, Monfalcone, Palmanova, San Vito al Tagliamento e Trieste — per trovare una sua restituzione pubblica nella mostra-installazione STATO DI CONFINE, ospitata dal 21 febbraio al 22 marzo 2026 presso The Circle a Gorizia. Una sede non casuale, inserita nel contesto simbolico e concreto del territorio transfrontaliero tra Gorizia e Nova Gorica, oggi al centro di una rilettura del limite come spazio di relazione, in dialogo con il programma di GO!2025.

«Il confine per me non è un limite preciso, non è una retta che separa», afferma Attruia «Lo vivo come un luogo aperto, una possibilità, dove l’altro e l’io convivono».

 

Il linguaggio come dispositivo critico

Come evidenziato da Daniele Capra nel testo critico che accompagna il progetto, la pratica di Attruia si fonda su un uso radicale del linguaggio. La parola, nel suo lavoro, non è mai neutra né puramente descrittiva: diventa un dispositivo capace di generare scarti, ambiguità e ribaltamenti di senso. Capra sottolinea come l’artista operi attraverso una vera e propria torsione linguistica, mettendo in crisi le strutture convenzionali e aprendo a configurazioni alternative del significato. In questa prospettiva, il linguaggio si trasforma in uno strumento per interrogare la realtà stessa, rendendone visibili le contraddizioni interne. Non a caso, il riferimento implicito è a quella linea di pensiero che, da Paul Klee in avanti, riconosce all’arte la capacità non di riprodurre il visibile, ma di renderlo percepibile nella sua complessità nascosta. È proprio in questo slittamento che si inserisce la ricerca di Attruia: uno spazio in cui il senso non è dato, ma continuamente ridefinito.

Dal “confine di Stato” allo “stato di confine”

Il cuore concettuale del progetto si condensa nel ribaltamento linguistico che dà titolo alla mostra: da “confine di Stato” a “stato di confine”. Un passaggio apparentemente minimo, ma in realtà profondamente politico ed esistenziale. Il confine non viene più inteso come linea di demarcazione, bensì come condizione permanente, instabile, vissuta. Non separa semplicemente un “dentro” da un “fuori”, ma costruisce identità, alimenta narrazioni e, al tempo stesso, produce stereotipi e tensioni. Come osserva Capra, ogni confine rafforza tanto il senso di appartenenza quanto la rigidità delle categorie attraverso cui definiamo noi stessi e gli altri. È in questa ambivalenza che il progetto si colloca, evidenziando la fragilità stessa di ogni costruzione identitaria. In questo senso, risuona anche l’eco del pensiero di Ludwig Wittgenstein: i limiti del linguaggio coincidono con i limiti del mondo. Attruia lavora precisamente su questo margine, interrogando il modo in cui le parole non solo descrivono, ma producono realtà.

Mostra STATO DI CONFINE

L’opera come processo: la centralità della partecipazione

Se la dimensione linguistica costituisce l’ossatura teorica del progetto, è nella pratica partecipativa che esso trova la sua forma più radicale. IN ASCOLTO non è infatti una semplice produzione artistica, ma un processo condiviso che mette al centro la relazione. L’opera non nasce come oggetto autonomo, ma come esito di un attraversamento collettivo.

Il progetto si articola in tre fasi:

Durante la prima fase, Attruia ha lavorato con un’ampia pluralità di soggetti — giovani, donne migranti, persone anziane, rifugiati, cittadini — attivando spazi di ascolto non giudicante. In questi contesti, parole, gesti, segni ed emozioni sono stati raccolti non come documentazione, ma come materia viva. È proprio qui che si gioca il passaggio cruciale: l’artista non rappresenta una comunità, ma costruisce con essa un dispositivo di senso. L’opera diventa quindi un luogo di attraversamento, un campo relazionale in cui si ridefiniscono posizioni e identità. Come afferma Attruia, il fulcro del suo lavoro è la relazione stessa: l’opera è lo strumento attraverso cui entrare in contatto con l’altro. Una dichiarazione che sposta radicalmente il baricentro dall’oggetto al processo.

Arte pubblica come pratica di trasformazione

Il progetto si colloca in una zona fertile tra arte pubblica e arte partecipativa, ridefinendo entrambe. Da un lato, l’arte pubblica non si limita a occupare uno spazio urbano, ma ne interroga le dinamiche profonde, modificandone la percezione. Dall’altro, l’arte partecipativa non si esaurisce nel coinvolgimento, ma costruisce un reale processo di co-produzione. In questa intersezione, STATO DI CONFINE si configura come un dispositivo aperto: un’opera che non chiude il senso, ma lo mantiene in tensione. Non rappresenta il confine, ma lo mette in crisi, lo attraversa e lo rende esperibile.

Mostra STATO DI CONFINE – Allestimento

Un progetto che apre, non conclude

Inserito nella visione di QuiAltrove Associazione ETS, il progetto conferma una linea di ricerca che vede nell’arte contemporanea uno strumento attivo di trasformazione sociale. IN ASCOLTO. TRACCE LUNGO IL MARGINE non propone risposte definitive, ma costruisce uno spazio di possibilità. Non semplifica le complessità del presente, ma le accoglie e le rende condivisibili. In un momento storico segnato da nuove forme di confine — fisici, culturali, linguistici — il progetto invita a ripensare il margine non come luogo di esclusione, ma come spazio generativo. Un territorio in cui l’identità non è fissata, ma continuamente negoziata. Ed è forse proprio in questo spostamento — dal limite alla relazione — che risiede la sua forza più significativa.

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